Ugo Cerletti

Da ArtiglieriA.

Biografia

Ugo Cerletti naque Conegliano (Treviso) da una famiglia originaria della Val Chiavenna (Sondrio) il 26 settembre 1877. La madre era Margherita Pizzala Il padre l’Ing. Giovanni Battista fu illustre agrono, e fondava in quegli anni la prima scuola italiana di enologia a Conegliano. I primi anni di scuola compresi gli studi liceali li fece a Roma. Si iscrisse alla facoltà di medicina prima a Torino e poi a Roma, dove insegnavano Giovanni Mingazzini e Ezio Sciamanna, docenti di neuropatologia il primo, di psichiatria il secondo. Si laureò a Roma nel 1901

Già in questi anni iniziò a trascorrere dei periodi all’estero, a Heidelberg presso la clinica psichiatrica universitaria, sotto la guida di Franz Nissl e Emil Kraepelin, importanti neuropatologi di livello internazionale. Appena laureato, divenne assistente della clinica universitaria a Roma, (dove aveva passato parte dell’infanzia) e in seguito aiuto. Continuò a mantenere stretti contatti con la Germania, indirizzando le sue ricerche verso l’ambito istopatologico, con diversi lavori sulla degenerazione patologica delle strutture cerebrali. In particolare evidenziò il rapporto tra l’infezione da sifilide e l’infiammazione della corteccia (dimostrato due anni dopo con l’individuazione del Treponema pallidum nel parenchima nervoso), e studiò l’evoluzione trofica dei vasi sanguigni nelle patologie arteriosclerotiche.

Fervido interventista si fece volontario nella prima guerra mondiale, inizia come capitano medico nella prima centuria d’assalto con le truppe alpine, cui fece adottare la divisa mimetica da neve nel settembre del 1915. Gli è riconosciua una medaglia al valore e sarà promosso maggiore. Propone la spoletta a scoppio differito per l’artiglieria e l’aviazione. Dopo la prima guerra mondiale, divenne direttore dell’istituto neurobiologico A. Verga di Mombello (Milano) e vi rimase fino al 1925. Poiché la sua famiglia era di origine valtellinese si interessò, insieme a Gaetano Perusini, del gozzo-cretinismo tipico delle valli, uno studio risolutivo a cui si dedicò fino alla morte. Tra il1925 e il1928 fu nominato professore preso l’Università di Bari dove fondò e diresse la clinica dell’Università. Nel1928 fu fondatore e direttore della clinica dell’Università di Genova fino al1935. Nel 1933, cominciò a interessarsi al lavoro di Meduna sulla schizofrenia, e divenne un entusiasta sostenitore della teoria dell’incompatibilità fra schizofrenia e epilessia. Nel capoluogo ligure, Cerletti sperimentò per la prima volta, su un cane, l’elettrostimolazione per provocare attacchi convulsivi. Nel 1935, dopo la nomina a professore di psichiatria all’università di Roma, Cerletti iniziò i suoi esperimenti sulle convulsioni indotte. In collaborazione con il professor Bini, nell’aprile 1938, essi applicarono per la prima volta una convulsione elettrica a un uomo. Il primo trattamento, dallo stesso Cerletti denominato elettroshock, fu somministrato nel 1938, tramite un apparecchio realizzato da Bini. Inizialmente destinato alla cura della schizofrenia, il trattamento fu utilizzato da subito anche per le sindromi maniaco-depressive, per le quali divenne la terapia più comune. In un saggio sulla scoperta di questo trattamento, egli descrisse nel modo seguente il lavoro che portò allo sviluppo del suo metodo: “Vanni mi informò che al macello di Roma i maiali venivano ammazzati con la corrente elettrica. Questa informazione sembrava confermare i miei dubbi sulla pericolosità dell’applicazione di elettricità all’uomo. Mi recai al macello per osservare questa cosiddetta macellazione elettrica, e notai che ai maiali venivano applicate alle tempie delle tenaglie metalliche collegate alla corrente elettrica (125 volt). Non appena queste tenaglie venivano applicate, i maiali perdevano conoscenza, si irrigidivano e poi, dopo qualche secondo, erano presi da convulsioni, proprio come i cani che noi usavamo per i nostri esperimenti. Durante il periodo di perdita della conoscenza (coma epilettico), il macellaio accoltellava e dissanguava gli animali senza difficoltà. Non era vero, pertanto, che gli animali venissero ammazzati dalla corrente elettrica, che veniva invece usata, secondo il suggerimento della Società per la prevenzione del trattamento crudele agli animali, per poter uccidere i maiali senza farli soffrire. Mi sembrò che i maiali del macello potessero fornire del materiale di grandissimo valore per i miei esperimenti. E mi venne inoltre l’idea di invertire la precedente procedura sperimentale: mentre negli esperimenti sui cani avevo tentato di utilizzare sempre la minima quantità di corrente sufficiente a procurare un attacco senza causar danno all’animale, decisi ora di stabilire la durata temporale, il voltaggio ed il metodo di applicazione della corrente, necessari a provocare la morte dell’animale. L’applicazione di corrente elettrica sarebbe stata dunque fatta attraverso il cranio, in diverse direzioni, e attraverso il tronco, per parecchi minuti. La prima osservazione che feci fu che gli animali raramente morivano, e questo solo quando la durata del flusso di corrente elettrica passava per il corpo e non per la testa. Gli animali ai quali veniva applicato il trattamento più severo rimanevano rigidi mentre durava il flusso di corrente elettrica, poi, dopo un violento attacco di convulsioni, restavano fermi su un fianco per un poco, alcune volte parecchi minuti, e finalmente tentavano di rialzarsi. Dopo molti tentativi di recuperare le forze, riuscivano finalmente a reggersi in piedi e fare qualche passo esitante, finché erano in grado di scappar via. Queste osservazioni mi fornirono prove convincenti del fatto che un’applicazione di corrente a 125 volt della durata di alcuni decimi di secondo sulla testa, sufficiente a causare un attacco convulsivo completo, non arrecava alcun danno.”.... (Ugo Cerletti, L’elettroshock, Reggio : Poligr. Reggiana, 1940) Ayd (1963) rese noto un altro aspetto interessante del primo elettroshock della storia. Mentre descriveva quello che era successo, - scriveva Ayd, - egli disse: “Quando vidi la reazione del paziente, pensai: questo dovrebbe essere abolito! Da quel momento ho sperato ed aspettato che si scoprisse un nuovo trattamento che sostituisse l’elettroshock”». Cerletti continuò a lavorare in questo senso sull’elettroshock fino alla morte. Ipotizzò una teoria secondo la quale i mutamenti umorali ed ormonali provocati nel cervello da un attacco epilettico, portano alla formazione di certe sostanze che, se iniettate al paziente, avrebbero avuto effetti terapeutici simili a quelli dell’elettroshock. “Il mio concetto, dunque, che sottoponendo ripetute volte il cervello all’estremo cimento dato dall’elettroshock, si devono produrre nel cervello stesso sostanze di estrema difesa, o comunque altamente vitalizzanti, viene confermato in pieno... Individuate queste sostanze, attraverso gli esperimenti sull’uomo e sugli animali, è opportuno designarle con un nome. In base al sopra detto concetto, propongo di chiamarle sostanze di estrema, suprema (dal greco: acros) difesa o lotta (agon): acroagonine”. (Cerletti 1947).

L’esistenza, mai dimostrata, di simili sostanze, traspare ora da ricerche più moderne. Dopo la seconda guerra mondiale, l’elettroshock si diffuse rapidamente in tutto il mondo, anche grazie al graduale perfezionamento della tecnica e l’adozione di farmaci da usare in combinazione. Cerletti, ottenne dal CNR l’istituzione di un centro di studio per la fisiopatologia dell’elettroshock . Gli anni Cinquanta, furono l’apice della sua carriera, fu presidente della Società italiana di psichiatria dal 1946 e ricevette numerosi riconoscimenti accademici, fino alla candidatura al premio Nobel. In seguito, sempre di più sono state le critiche sollevate nei confronti della sua terapia, dal punto di vista clinico ma soprattutto da quello etico. I movimenti di antipsichiatria ne fecero uno dei bersagli principali della loro critica. La scoperta dell’elettroshock fu legata all’immagine negativa che l’uso improprio di qesta metodica stava costruendo. In questo senso l’elettroshock fu visto come una tortura brutalizzante. Ma questa visione, non può togliere valore alla scoperta. Grande ufficiale al merito della Repubblica, stella d’oro della scuola, medaglia d’oro al merito della sanità pubblica, emerito di psichiatria dal 1953, presidente della Società italiana di psichiatria dal 1946 al 1959, fu nominato membro onorario di moltissime accademie scientifiche europee e americane. L’università di Parigi, San Paolo, Rio de Janeiro e Montreal gli conferirono la laurea honoris causa. Fu candidato più volte al Nobel per la medicina. Morì il 25 luglio del 1963 nella clinica romana Villa Maria Pia, assistito dalla moglie e dai figli Paolo e Margherita. È sepolto a Chiavenna.

Bruno Marcuzzo. "Ugo Cerletti-Scoppio Programmato" Gaspari Editore, 2007

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